Carissimi confratelli e laici delle nostre Comunità Educative Pastorali, il Focus PG di questo mese di luglio ha una forma diversa dagli altri. Nasce infatti dal desiderio di custodire e condividere alcune parole di don Francesco Andreoli, recentemente scomparso a causa di un tragico incidente stradale assieme al giovane animatore Alberto.
In questi anni don Francesco è stato incaricato ispettoriale per gli oratori, partecipando con fedeltà agli incontri di commissione, consulta e, in modo particolare, all’équipe di Pastorale Giovanile. Dentro questo cammino condiviso, spesso dedicavamo del tempo a raccontarci che cosa stavamo vivendo, lasciandoci provocare da alcune domande di interesse pastorale, spirituale ed educativo. Quelle condivisioni erano momenti semplici, ma preziosi: ci aiutavano a non ridurre la PG a organizzazione, programmazione e attività, ma a riconoscerla come luogo in cui la vita di ciascuno viene continuamente interpellata dal Signore, dai giovani e dalla realtà.
In questo Focus vogliamo allora lasciare spazio soprattutto alla sua voce. Le parole riportate non cercano di dire tutto di don Francesco, né di racchiudere la ricchezza della sua vita e del suo ministero. Sono però frammenti veri, consegnati dentro un cammino di fraternità e di lavoro pastorale. Riletti oggi, assumono il tono di una consegna: ci parlano di presenza, di fede semplice, di famiglia, di vocazione, di vita salesiana, di preghiera, di realtà, di giovani, di autenticità.
Nell’ultima équipe di PG (19 maggio 2026), don Francesco condivideva con noi una consapevolezza maturata nel tempo, dentro l’esperienza pastorale vissuta in questi anni:
«Mi sono reso conto che davvero il Signore mi ha dato la grazia di poter toccare con mano il fatto che non conta più quello che fai, ma conta il fatto che ci sei. E questo è veramente molto bello. Insieme a questo riconosco anche il desiderio di una radicalità diversa. Dopo otto anni corri, scalpiti, ma poi dici: “Abbiamo dato tanto”. Probabilmente c’è anche da dare in maniera diversa. Non perché devi dare di meno, ma forse perché c’è un Signore a cui devi rendere conto molto più che ai tuoi ragazzi».
Sono parole che hanno proprio il sapore di una profezia. Don Francesco ci consegna una parola essenziale: esserci. Non come semplice presenza fisica, ma come modo di appartenere alla missione e, prima ancora, al Signore. Ora la sua presenza sa di eternità.
Nell’équipe del 10 marzo 2026, parlando della fede ricevuta e della propria vocazione, don Francesco era tornato alla sua famiglia, al modo semplice e concreto con cui aveva visto vivere il bene, la preghiera e il servizio:
«Sono mesi piuttosto caldi anche per la situazione a casa e allora tante volte raccogli un po’ anche l’occasione per recuperare quello che è stato, in tanti modi, il modo di vivere di mia mamma e di papà, e che è diventato qualcosa di importante. Lo dicevo a mio papà qualche giorno fa: “Penso alla mia vocazione e penso che uno dei germi più belli sia nato nelle notti in cui ti vedevamo partire per andare dai malati, che telefonavano alle ore più impensabili”. Io ho questo ricordo di papà: alle tre di mattina arrivava la chiamata, sentivamo la registrazione in segreteria telefonica, e noi avevamo otto, nove, dieci anni. Mio papà si cambiava alle tre di mattina, prendeva la borsa e andava. Alcune volte spegneva la segreteria, perché quello che si andava a dire era tanto importante. Mi rendo conto che per me questo è stato uno dei segni più chiari. Se penso al modo in cui vorrei voler bene, questo è un segno chiarissimo. Quindi, se penso alla fede di mamma e papà, la prima cosa che mi viene in mente è questa: una fede estremamente semplice, fatta di tanto sacrificio e di tanto voler bene semplice. È vero, andavamo a Messa tutte le domeniche, andavamo a catechismo, ma c’era una normalità del voler bene nella pratica. Penso fosse normale; per noi era normale che, in Avvento, con la mamma, un figlio a turno facesse la preghiera dell’Avvento tutte le sere. Si accendevano le candele della corona dell’Avvento, si pregava insieme. Erano cose piccole, ma a casa erano davvero normali».
In queste parole torna una fede domestica, concreta, fatta di gesti più che di spiegazioni. Una fede che non ha bisogno di mettersi in mostra, perché passa attraverso una vita che si lascia chiamare, anche di notte, anche quando costa, anche quando nessuno vede. È forse una delle radici più belle di ogni cammino vocazionale: avere visto qualcuno voler bene davvero. E don Francesco, per i giovani, viveva la fede così: sempre a disposizione di tutti, a tutte le ore, tutti i giorni.
Nella stessa condivisione, don Francesco rileggeva poi ciò che la Congregazione gli aveva consegnato, in particolare negli anni della formazione:
«Se penso a quello che la Congregazione mi ha consegnato, mi ricordo il noviziato. Ho questo ricordo: quando il maestro parlava di Don Bosco, delle Costituzioni, era una cosa che ti faceva dire: “Questa è proprio una figata tremenda”. Se penso la mia vita così come ce la stai dicendo tu, maestro, cento volte dico che questa è la strada giusta. Vedere e sentire che era come se la vita più profonda del monastero avesse incontrato la strada e i ragazzi, per me era affascinante. Poi, un po’ alla volta, mi rendo conto che la fede ha sempre il volto delle persone che trovi. Allora magari alcune fatiche sono determinate dalle fatiche con le persone, non tanto da quello che insegnano».
Questa immagine della “vita più profonda del monastero” che incontra “la strada e i ragazzi” dice molto della spiritualità salesiana. Don Francesco non la presenta come teoria, ma come fascino, come intuizione capace di prendere la vita. È la bellezza di una vocazione che tiene insieme profondità e cortile, preghiera e ragazzi, consacrazione e strada. È la Grazia di unità della nostra spiritualità salesiana.
Sempre il 10 marzo, parlando della sua fede personale, don Francesco consegnava una riflessione molto densa sul rapporto tra Dio e la realtà concreta:
«Se penso alla mia fede personale, credo che negli ultimi anni il ruolo centrale ce l’abbia la realtà. Mi sembra che tante volte mi dica: non può essere che quello che faccio mi tolga da Dio e, dall’altra parte, non può essere che Dio mi tolga da quello che faccio o da quello che sto vivendo. Trovare la sintesi di questo, per me, è la sfida: avere il coraggio di leggere fino in profondità le dinamiche che vivi dentro di te, avendo un senso molto più legato a Dio che alla risoluzione dei miei problemi. Dall’altra parte, c’è anche il fatto di saper leggere con Dio le dinamiche che vivono i ragazzi, le dinamiche della realtà. Questo per me è determinante: che la fede arrivi a rispondere con profondità alle reali domande che abbiamo nel cuore, non con le risposte del libro, ma con risposte che stanno con la vita. E questo con tutta la vita: con la gioia e la fatica, il dolore e il sacrificio».
Qui la fede non viene separata dalla vita. Al contrario, viene cercata dentro ciò che accade, dentro le dinamiche personali, dentro le domande dei ragazzi, dentro la gioia e la fatica, dentro il dolore e il sacrificio. È una fede che non fugge dalla realtà e non usa Dio per evitarla, ma prova a leggerla più in profondità.
Poi don Francesco aggiungeva una riflessione particolarmente forte sul rapporto tra fede, parole e vita consegnata:
«Se penso a quello che ci sarebbe da perdere, secondo me tante volte la fede dovrebbe perdere le parole. Tante volte riempiamo e ci riempiamo anche negli incontri. Se penso personalmente a quello che dico, tante volte la fede la inscatoliamo in alcune cose che sono un po’ di moda: la moda della sinodalità, la moda di questo o di quello. Quando poi, in realtà, quello che secondo me dà realmente credibilità e affidabilità alla fede è una vita vissuta nella fede in un Dio che non ha bisogno di parole, ma che si fa vedere attraverso una vita consegnata. Questo è un richiamo che faccio a me, perché a parole sono bravissimo, eccezionale. Poi, nella vita consegnata, è tutta un’altra cosa. Perché poi ci sono le cose che hai voglia di fare e le fai bene; ci sono le cose che non hai voglia di fare e non le badi. Quando hai voglia di arrivare ai Vespri ci arrivi, quando no, no, e nessuno ti dice niente».
La fede, dice don Francesco, trova credibilità in una vita vissuta, in una vita consegnata, in gesti che rendono visibile ciò che si annuncia. E continuava così, mettendo in dialogo la propria esperienza con una frase ricevuta da un ragazzo:
«Credo che una fede che abbia il coraggio di essere vissuta più che parlata potrebbe essere significativa con i ragazzi. Un ragazzo mi diceva a settembre: “Non posso dire di non credere se non ci ho provato”. Non posso dire di non credere se non ci ho provato. E lo dico per me personalmente: il motto di quest’anno è “provare per credere”. Questo vuol dire, prima di tutto, viverla questa cosa qui. È inutile che dici quanto è importante la preghiera comunitaria: vai e fai vedere con la tua presenza che è importante. Lo stesso vale per la preghiera personale, lo stesso per il fatto di saper scendere in profondità in quello che sta vivendo l’oratorio, in quello che stai vivendo tu, in quello che sta vivendo la comunità. Credo che perdere le parole potrebbe essere un’occasione anche per ritrovare un’autenticità diversa e un’umanità un po’ più vissuta nella fede».
“Provare per credere” diventa così una piccola sintesi del suo modo di leggere il cammino dei ragazzi e, nello stesso tempo, il cammino degli educatori e dei consacrati. Prima di chiedere ai giovani di credere, occorre offrire loro la possibilità di provare una vita credente, vista, respirata, incontrata. Prima di parlare della preghiera, occorre esserci. Prima di parlare di profondità, occorre scendere in profondità.
Già nell’équipe del 13 gennaio 2026, don Francesco aveva parlato della spiritualità salesiana come di una via semplice, ordinaria e radicale:
«Mi affascina molto la semplicità della nostra spiritualità e della nostra preghiera. È fatta di pratiche normali, come la visita e il rosario, ma soprattutto del vivere ogni cosa sotto lo sguardo di Dio. La difficoltà più grande, per me, è non farmi fregare dal ritmo delle attività e degli impegni, fino a sentirmi più uno che “gestisce” che uno che vive una vocazione. Io sento di dover continuare a scommettere sull’amore, proprio lì dove rischio di trasformare tutto in un lavoro. Questa semplicità però non è superficialità, anzi: è profondissima. È la radicalità delle cose essenziali, come ricordare che non conta fare grandi penitenze, ma vivere l’obbedienza e la fedeltà di ogni giorno. Mi accorgo anche che, a volte, la preghiera può diventare solo un’attività in più, invece che un cammino che sostiene la vita. Eppure proprio qui sta la sfida: trovare spazio per una cosa semplice è spesso più difficile che trovare spazio per qualcosa di grande e appariscente. Questa spiritualità mi richiama continuamente all’essenziale: io sono chiamato come Cristo, e tutto il resto viene dopo. È una strada concreta, creativa, possibile per tutti, e proprio per questo mi affascina tanto».
Con queste parole don Francesco ci invita a scommettere sull’amore, a custodire la preghiera, a vivere ogni cosa sotto lo sguardo di Dio, a tornare all’obbedienza e alla fedeltà di ogni giorno.
Lasciamo che queste brevi e recenti condivisioni di don Fra continuino a lavorare dentro di noi, nelle comunità, nelle équipe, negli oratori, tra gli educatori e gli animatori. Don Francesco ci lascia la testimonianza di una fede che desidera diventare vita, di una pastorale che desidera diventare presenza, di una spiritualità salesiana che desidera restare semplice, concreta e profonda.
Caro don Francesco, con Alberto, dal paradiso, aiutaci a riscoprire la bellezza della vita salesiana e a trasmetterla con tutto il tuo entusiasmo a chi incontreremo nei nostri cortili.
don Emanuele Zof
DELEGATO PG - INE