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19/10/2026

Perché è così tanto difficile cambiare il proprio modo di pensare?

Ci sono libri che offrono risposte e altri che, più utilmente, aiutano a formulare meglio le domande. Ecologia delle discontinuità epistemologiche, di Ferruccio Cavallin, pubblicato nella collana IUSVEducation, appartiene certamente a questa seconda categoria.

La domanda da cui prende avvio il volume è tanto semplice quanto decisiva: perché persone, istituzioni e comunità scientifiche faticano così tanto a cambiare il proprio modo di pensare, anche quando i modelli utilizzati fino a quel momento sembrano non essere più sufficienti? La risposta proposta da Cavallin parte da una considerazione importante: la conoscenza non è fatta soltanto di idee, ma costituisce una sorta di ecosistema nel quale entrano in gioco emozioni, abitudini, culture, tecnologie, istituzioni e persino rapporti di potere.

È probabilmente questa una delle intuizioni più interessanti del libro. Siamo spesso convinti che per cambiare basti conoscere qualcosa di nuovo, introdurre una metodologia diversa o utilizzare uno strumento più moderno. Ma non sempre è così. Talvolta il vero cambiamento richiede di mettere in discussione le categorie con cui interpretiamo la realtà. Non basta, insomma, pensare cose nuove: occorre avere il coraggio di interrogare anche il nostro modo di pensare.

Nel corso delle pagine l'autore accompagna il lettore attraverso filosofia della scienza, neuroscienze, biologia, antropologia, tecnologia e differenti tradizioni culturali. Autori come Bachelard, Kuhn, Morin, Maturana e Varela aiutano a comprendere come ogni sistema di conoscenza sviluppi inevitabilmente delle forme di stabilità e, quindi, anche delle resistenze al cambiamento. Queste resistenze non vanno però interpretate semplicemente come chiusura o mancanza di disponibilità: possono avere radici emotive, neurobiologiche, sistemiche, tecnologiche ed economiche.

Particolarmente suggestiva è l'immagine degli “ecotoni epistemici”. In ecologia l'ecotono è la zona di passaggio tra due ecosistemi differenti. Cavallin utilizza questa immagine per indicare quei luoghi nei quali discipline, culture e modi diversi di conoscere entrano in relazione. Proprio in queste zone di confine possono nascere intuizioni nuove: dall'incontro, ad esempio, tra pedagogia, neuroscienze, antropologia, teologia e tecnologie digitali.

È una prospettiva particolarmente interessante per chi opera nel mondo educativo. Anche nelle nostre scuole, negli oratori, nelle parrocchie e nelle comunità educative siamo continuamente chiamati a confrontarci con trasformazioni culturali molto rapide. Pensiamo all'intelligenza artificiale, ai nuovi linguaggi dei giovani, al rapporto con il digitale, alle trasformazioni delle famiglie e delle relazioni. Davanti a questi cambiamenti possiamo essere tentati da due atteggiamenti opposti: difendere semplicemente ciò che abbiamo sempre fatto oppure inseguire ogni novità. Il libro suggerisce una strada più impegnativa: il discernimento.

Non tutto ciò che viene dal passato deve essere abbandonato e non tutto ciò che è nuovo rappresenta necessariamente un progresso. Diventa allora importante comprendere ciò che continua ad essere generativo e ciò che, invece, deve essere ripensato perché non riesce più a interpretare adeguatamente la realtà.

Il volume non è sempre di immediata lettura. Il linguaggio è talvolta specialistico e il continuo dialogo con differenti autori e tradizioni richiede attenzione. Non è quindi un testo da leggere velocemente, cercando subito qualche ricetta operativa. Ed è forse proprio questo uno dei suoi pregi: costringe a rallentare, a sostare sulle domande e ad accettare che non tutti i problemi complessi possano trovare immediatamente una soluzione.

Nelle pagine finali Cavallin invita infatti ad assumere una vera e propria “postura epistemica”: imparare a tollerare l'incertezza, riflettere sul proprio punto di vista, accogliere la pluralità delle prospettive e non trasformare nemmeno le intuizioni più innovative in nuovi sistemi rigidi. È l'invito a “restare nella soglia”, continuando a pensare e ad agire anche quando i vecchi riferimenti non bastano più e quelli nuovi non sono ancora completamente definiti.

Per questo Ecologia delle discontinuità epistemologiche può essere una lettura preziosa soprattutto per educatori, insegnanti, formatori e quanti hanno responsabilità di accompagnamento e di governo. Non tanto perché dica che cosa bisogna fare domani mattina, quanto perché aiuta a interrogare il modo con cui guardiamo ciò che facciamo.

In un tempo nel quale si parla continuamente di innovazione, forse abbiamo bisogno proprio di libri come questo: libri che ricordino che innovare non significa semplicemente cambiare strumenti, ma imparare a riconoscere quando sono le nostre categorie di pensiero ad avere bisogno di essere rinnovate. Una lettura esigente, certamente, ma capace di aprire domande feconde. E proprio per questo merita di essere affrontata.

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