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08/02/2026

Quinquennio

Dal venerdì 6 a domenica 8 febbraio, presso la Casa Alpina di Cant del Gal (nel Primiero), si sono ritrovati i giovani salesiani del quinquennio, coadiutori e sacerdoti, per un tempo intenso di fraternità, ascolto e formazione condivisa. 

A guidare le giornate sono stati don Paolo Pontoni e l’ispettore don Silvio Zanchetta, presenti come riferimenti autorevoli ma anche come fratelli maggiori capaci di stare dentro le domande e le fatiche dei più giovani. Il venerdì pomeriggio si è aperto in modo semplice e concreto, con tempo disteso di fraternità tra passeggiate, chiacchiere e momenti informali, utili a creare clima e fiducia. È uno stile che parla da sé: prima delle parole, la relazione.

Nella giornata di sabato sono saliti a Primiero anche don Roberto Guarise, direttore di Mogliano Veneto Astori, e don Alberto Maschio, direttore di Belluno. Dopo una provocazione iniziale di don Silvio e un tempo di riflessione personale, i tre confratelli più anziani, don Alberto, don Roberto e don Luca Bernardello, hanno condiviso in modo franco e personale il loro vissuto umano, spirituale e pastorale. Non lezioni teoriche, ma storie incarnate, segnate da scelte, limiti, intuizioni maturate nel tempo. Nel pomeriggio, il confronto è diventato dialogo aperto, con domande libere e uno scambio diretto che ha dato voce alle attese e alle inquietudini dei giovani salesiani.

Le testimonianze hanno messo in luce come la vocazione salesiana non abbia un unico modello preconfezionato, ma si declini in forme diverse, tutte fedeli al carisma. Don Alberto ha insistito sull’importanza dell’ambiente e della presenza educativa, partendo dalla propria esperienza di oratorio vissuto come casa. Ha richiamato il valore dei numeri solo se letti come persone concrete incontrate lungo il cammino, senza nascondere la fatica del ruolo direttivo, spesso appesantito da burocrazia e gestione economica. Il suo invito è stato chiaro: meno progettazioni astratte e più lavoro condiviso, “sporcandosi le mani” insieme.

Don Luca ha portato l’attenzione sull’adattabilità e sull’obbedienza come custodia del cammino vocazionale. Con realismo ha ricordato che la realtà è sempre più grande delle idee, e che sospendere il giudizio è una sapienza che si impara anche dagli errori. Ha parlato con semplicità della cura della propria umanità, delle passioni personali e della necessità di uno“desbrigo emotivo” per reggere le tensioni del ministero. Anche il lavoro di squadra, non sempre spontaneo, può diventare una competenza da apprendere nel tempo.

Don Roberto, partendo dalle radici della sua vocazione nata presso la scuola del Sardagna a Castello di Godego, ha ribadito che tutto deve servire all’animazione vocazionale. La vita di comunità, prima ancora delle attività, resta il primo annuncio: se ci vedono volerci bene, nasce il desiderio di condividere la stessa vita. Ha sottolineato l’importanza di tempi personali per ricaricarsi e custodire relazioni sane, proponendo una visione unitaria della missione, dove scuola e oratorio non sono mondi separati e l’amorevolezza va sempre tenuta insieme all’onestà.

Il confronto successivo ha fatto emergere temi molto concreti e attuali. Da una parte il bisogno di una spiritualità più umana, capace di riconoscere il valore delle passioni e del riposo come parte integrante della fedeltà vocazionale. Dall’altra la fatica della comunità reale, spesso lontana dall’ideale raccontato dai confratelli più anziani: comunità piccole, ritmi serrati, solitudine e senso di sproporzione rispetto alle responsabilità affidate. È emersa anche la difficoltà di “imparare a bottega”, in un contesto educativo profondamente cambiato, con nuovi rischi e attenzioni che chiedono prudenza senza bloccare la missione.

La giornata di sabato si è conclusa con la celebrazione dell’eucaristia e dopo cena una serata di gioco e poi adorazione, vissuta nel silenzio e nell’affidamento. La domenica mattina, dopo l’eucaristia presieduta da don Emanuele Zof, delegato di pastorale giovanile e presente anch’egli alle giornate, c’è stato un ulteriore tempo di condivisione, a partire da un intervento di don Luca Bernardello sulla tematica vocazionale, che ha aiutato a rileggere quanto vissuto alla luce del cammino personale di ciascuno.

Nel complesso, l’incontro ha restituito l’immagine di una tensione feconda tra generazioni. Da un lato la gratitudine per testimonianze serene e incarnate, capaci di mostrare che è possibile integrare missione e umanità. Dall’altro la fatica dei giovani salesiani, spesso in prima linea, alla ricerca di un equilibrio sostenibile tra le richieste istituzionali e il bisogno di custodire la propria interiorità. Un tempo prezioso, dunque, che non risolve tutto, ma rimette al centro l’essenziale: camminare insieme, con realismo e speranza, dentro la vocazione salesiana di oggi.