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11/07/2026

Un salesiano nelle Ande

«Scusa, ma vai a trovare un missionario di 95 anni che vive in una casa di riposo?»

La domanda mi accompagna per giorni, fin da quando racconto che durante il mio viaggio in Perù andrò a trovare don Marino De Prà.

«Vado proprio per quello», rispondo.

Ad aprile arrivo alla casa di riposo dove vive. Attraverso il cortile e percorro un corridoio silenzioso. Le pareti sono semplici, illuminate da una luce chiara che entra dalle finestre aperte sul giardino. Nell'aria si mescolano gli odori di disinfettanti e quello dei fiori che arrivano dall'esterno. Da qualche stanza giungono voci lontane, il rumore di una televisione accesa, il passo lento di chi attraversa il corridoio.

Entro nel salone comune, è una stanza ampia, ordinata, con grandi finestre che lasciano entrare il sole già prepotente delle prime ore del mattino. Le poltrone sono disposte lungo le pareti e a piccoli gruppi al centro della sala. Alcuni anziani osservano distrattamente la televisione, altri guardano fuori, persi nei propri pensieri, il tempo sembra scorrere con una velocità diversa. In fondo alla sala riconosco subito don Marino, è seduto composto nella sua poltrona. Accanto a lui c'è il deambulatore, lo immagino quasi come un nuovo compagno di viaggio, dopo una vita trascorsa a camminare sulle mulattiere delle Ande e tra le strade polverose delle periferie di Lima.

Indossa pantaloni scuri della tuta, una camicia a scacchi e una croce di legno semplice. Le mani sono appoggiate ai braccioli della poltrona. I capelli, ormai sottili e completamente bianchi, ma sono curati con attenzione. L'età ha rallentato i suoi movimenti, ma non ha scalfito la sua eleganza.

Quando mi vede, il volto si illumina, anche se non sono sicuro che mi abbia riconosciuto. Per un istante rivedo il missionario che tanti anni prima aveva lasciato l'Italia per il Perù. L'uomo che ha trascorso gran parte della sua vita nelle Ande, tra villaggi raggiungibili dopo ore di cammino, e che a settant'anni, quando molti avrebbero pensato al riposo, ha accettato di trasferirsi a Puerto Nuevo, una delle zone più difficili di Lima.

Mi avvicino e mi siedo accanto a lui e parliamo. Per qualche istante mi osserva senza dire nulla, poi sul volto compare un sorriso.

«Ma tu sei venuto davvero da Cornei?»

«Sì, don Marino.»

Scuote leggermente la testa, quasi incredulo.

«Da Cornei...»

Poi, improvvisamente, il pensiero corre lontano.

«E l'Alpago come sta?»

Pronuncia quel nome lentamente, assaporandolo. Per un momento la sala della casa di riposo scompare e sembra di essere tra le montagne della sua infanzia.

Gli racconto del lago, di Plois suo paese natale, appoggiato ai piedi del Dolada, delle persone che ancora lo ricordano.

«Eh, l'Alpago...» dice sorridendo. «Che bei posti.»

Parliamo della sua famiglia, i ricordi arrivano a frammenti, ma quando affiorano gli illuminano il volto.

«Eravamo tanti in casa», mi racconta. «Si lavorava sempre, e poi mia mamma…»

Poi si interrompe, cerca un nome, una data, un volto. Alcune cose riaffiorano nitide, altre sembrano dissolversi appena prova ad afferrarle, ma non c'è tristezza in questo, solo il naturale scorrere del tempo.

«Hola padresito Marino» ci interrompe l’infermiera, ponendogli una pastiglia e un bicchiere di acqua.

«Hai visto?» mi dice subito dopo che si è allontanata. «Qui mi trattano bene.»

Lo dice come chi vuole rassicurare un amico, poi abbassa leggermente la voce.

«Il mangiare però...» e sorride.

«Non è proprio come quello di casa.»

Scoppio a ridere.

«Cosa ti piacerebbe mangiare?»

Non esita neppure un secondo e con voce ferma:

«Una bella polenta.»

Lo dice con l'espressione di chi sta parlando di un tesoro perduto.

«E magari un po' di formaggio.»

Per qualche minuto non parliamo né di missioni né di opere. Parliamo di cucina, di sapori, di ricordi, di cose semplici e forse proprio per questo importanti.

Ogni tanto torno a chiedergli della sua vita nelle Ande, degli anni trascorsi tra la gente delle montagne peruviane, delle fatiche e delle gioie della missione.

Mi ascolta, sorride e poi, come se tutto il resto fosse secondario, torna alla domanda che più gli sta a cuore.

«Ma tu sei venuto da Cornei per venire a trovarmi?»

«Sì, don Marino.»

Mi prende la mano.

«Che bello.» e in quelle due parole c'è tutta la sua felicità. Lo dice con gli occhi spalancati, come un bambino che ha appena ricevuto una sorpresa inattesa.

Mentre parliamo mi prende la mano, lo fa più volte, la stringe tra le sue e la accarezza lentamente, quasi per assicurarsi che io sia davvero lì. È un gesto semplice, ma pieno di tenerezza. Le sue mani raccontano gli anni trascorsi a benedire, a costruire, a salutare, a confortare.

Continuo a osservare quell'uomo seduto nella sua poltrona, con il deambulatore accanto e novantacinque anni sulle spalle. Eppure ciò che vedo non è la fragilità, vedo una serenità profonda.

Parla di Dio, lo fa senza enfasi, senza formule particolari, ne parla come si parla di un amico che si incontra ogni giorno, con naturalezza e con confidenza.

In quella sala silenziosa, lontano dalle montagne dove ha vissuto e dalle periferie che ha servito per decenni, don Marino continua a testimoniare ciò che è stato per tutta la vita e lo fa non attraverso le opere, ma attraverso la sua presenza.

Ripenso a quella frase infelice prima di partire: «Scusa, ma vai a trovare un missionario di 95 anni che vive in una casa di riposo?». Sorrido, ma con il rammarico che chi l'ha pronunciata non abbia mai avuto la fortuna di conoscere una persona come don Marino. C'è una gratitudine che dobbiamo a chi ha donato la propria vita agli altri, e nessuno dovrebbe sentirsi dimenticato proprio nel momento in cui la fragilità si fa più presente. 

Quando arriva il momento di salutarci, mi stringe ancora la mano.

«Sei venuto da Cornei per trovarmi...»

Lo ripete un'ultima volta, sorridendo.

Esco dalla casa di riposo con i suoi occhi quell'espressione di felicità nel ricevere una visita e felice io di aver ritrovato un uomo che il tempo ha reso più vulnerabile, ma non meno grande.

Anzi, forse ancora più grande.

 

Articolo di:

Jose Soccal - Centro Missionario Diocesano Belluno


Io ero l’unico Marino e lì è nata la mia vocazione. All’inizio non mi rendevo conto di avere questa vocazione.

Il mio nome è Marino, un nome unico: nella mia valle, che era grande, ero l’unico Marino, sia da parte paterna sia da parte materna. Sono sacerdote da quando avevo trent’anni e ora ne ho novantaquattro, mi sembra… novantatré o novantaquattro. Ho più di sessant’anni di sacerdozio.

Sono originario della città di Belluno. In questa città i Salesiani avevano un collegio. Quella era la nostra casa: dormivamo lì, avevamo il cortile per giocare, la preghiera e tutto il resto. Era un collegio, e lì è nata la mia vocazione. All’inizio non mi rendevo conto di avere questa vocazione.

In terza elementare, durante il catechismo, vinsi un premio e il parroco mi regalò come ricompensa una vita di don Bosco. Ricordo che vi si raccontava che don Bosco, per andare a studiare, aveva le scarpe, ma, per non consumarle, le portava sulle spalle. Quando arrivava vicino al paese importante nel quale studiava, si metteva le scarpe che aveva portato sulle spalle.

Anch’io ero abituato a camminare molto a piedi nudi, senza scarpe. Ricordo che, leggendo la vita di don Bosco, si raccontava questo episodio delle scarpe. Mia zia Anita mi disse: «E tu, Marino, saresti capace di fare questo? Di camminare senza scarpe e di mettertele quando arrivi vicino alla scuola?». Mia mamma disse: «Che cosa vuole che capisca? Che domanda gli fa?». Invece avevo capito molto bene la domanda, ed era vero.

Voglio dire che, quando avevo otto anni, il parroco, don Apollonio Piazza, era una persona di grande qualità.

Sono diventato sacerdote a trent’anni. Normalmente si diventava sacerdoti a venticinque anni, ma, a causa della guerra, dopo aver terminato le scuole elementari nel 1940, quando la guerra era già iniziata, le scuole non funzionavano, per così dire. Per questo ero in ritardo con l’età, perché dal 1940 al 1945, che furono anni di guerra molto difficili, rimasi nel mio paese. Sono quindi diventato sacerdote a trent’anni.

Su quella nave viaggiavamo in tre. Ci imbarcammo a Genova il 2 marzo e arrivammo al Callao il 29 marzo: quasi un mese di viaggio in nave. Mi sembra che avessi un solo paio di scarpe, ma mi rubarono le scarpe che avevo.

Quando arrivai al Callao, Puerto Nuevo era molto pericoloso, come continua a esserlo ancora oggi. Io rimasi a dormire a Puerto Nuevo. Ancora oggi lì mi vogliono molto bene. Sono rimasto circa dieci anni e, con denaro proveniente dall’Italia, da Belluno e da Venezia, ho costruito la Casa dei giovani di Puerto Nuevo, che è grande, bella e accogliente, con una chiesa.

Ho cercato di comunicare agli altri il mio desiderio e di formarli perché mi aiutassero a salvare altri ragazzi, altri loro compagni di Puerto Nuevo; perché diventassero anch’essi, come me, salvatori della gioventù, organizzando la pastorale degli oratori e dei ragazzi, vivendo per gli altri.

Potrei ancora andare a vivere lì. Mi piacerebbe anche, forse, morire lì, a Puerto Nuevo. La verità è che, quando penso a Puerto Nuevo, penso a tanti ragazzi e ragazze che mi aiutavano.

C’è anche un ragazzo che ora è sacerdote e che continua ciò che ho iniziato io. Non è salesiano, ma è un sacerdote del Callao.

Quello che cerco è che ci siano altri ragazzi che vivano veramente la mia avventura. Vorrei davvero che fossero come me, più di me, migliori di me, salvatori degli altri. Quanto sarebbe bello!